giovedì 6 luglio 2023

LE AZIENDE SAPEVANO TUTTO DA ANNI

 


Articolo pubblicato il 20 Giugno 2023 sul Fatto Quotidiano da Chiara Guzzonato

Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) sono state sviluppate per la prima volta negli anni Quaranta del secolo scorso, ma fino alla fine degli anni Novanta i rischi sanitari ad esse connessi non furono conosciuti al pubblico. Alcune delle maggiori aziende produttrici dell'epoca, però, erano consapevoli dei pericoli già dai primi anni Sessanta: lo rivela uno studio pubblicato su Annals of Global Health, che lancia un pesante j'accuse a DuPont e 3M, ree di aver occultato per decenni i rischi sanitari delle PFAS.

60 ANNI DI PROVE. Era il 1961 quando il Canadian Medical Association Journal pubblicò un report in un cui denunciava che dei lavoratori delle industrie produttrici di PFAS si erano ammalati dopo aver fumato sigarette contaminate con il Teflon, e qualche tempo dopo si diffuse la notizia secondo la quale un membro dell'Air Force statunitense era addirittura deceduto dopo aver fumato una sigaretta contaminata: la DuPont e l'Air Force liquidarono le notizie come false, e l'autore del report fu costretto a ritrattare, sotto pressione dell'industria chimica e della stessa Air Force.

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Nel 1962 uno studio interno alla DuPont rivelò che il Teflon non era forse del tutto innocuo, e nel 1965 una ricerca esterna dimostrò che la sostanza era associata alla "febbre da fumi di polimeri", una malattia connessa all'inalazione del Teflon riscaldato a 300 °C.

Nel 1970 alcuni ricercatori della DuPont scoprirono che il C8 (un tipo di PFAS oggi noto come acido perfluoroottanoico, PFOA) poteva essere "altamente tossico se inalato e moderatamente tossico se ingerito", rivela il Time. Nel 1981 otto donne che lavoravano in una fabbrica della DuPont diedero alla luce bambini con diversi problemi – alcuni con difetti alla vista, altri con difetti ai dotti lacrimali, tra gli altri.

LE CONSEGUENZE SUGLI OPERAI. Studi interni a 3M e DuPont condotti negli anni '90 sugli umani avevano evidenziato che il C8 poteva aumentare il rischio di soffrire di cancro alla prostata, che il 61% dei 30 lavoratori testati aveva evidenziato un numero elevato di enzimi epatici a indicare un'infiammazione del fegato e che gli operai di entrambe le industrie avevano un elevato livello di fluoro nel sangue, segno della presenza delle PFAS.

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 NEGARE L'EVIDENZA. Quando, negli anni '90, i rischi delle PFAS divennero noti al pubblico, la DuPont e la 3M inizialmente negarono: «Secondo studi condotti dalla DuPont e dalla 3M Corporation, il C8 non ha effetti tossici o dannosi sulla salute umana nelle concentrazioni rilevate», rispondevano nel 1991 dopo che alcuni ricercatori avevano trovato PFAS nelle acque di falda.

E ancora, nel 2000: «La DuPont afferma di avere dati tossicologici ed epidemiologici a supporto del fatto che le linee guida per l'esposizione stabilite dalla DuPont stessa proteggono la salute umana».

«Questi documenti rappresentano una chiara prova di come l'industria chimica fosse a conoscenza dei danni delle PFAS e lo nascose alle autorità regolatorie e anche ai propri dipendenti», afferma Tracey Woodruff, una degli autori dello studio.

Lo scorso dicembre la 3M ha annunciato che entro la fine del 2025                 smetterà di produrre del tutto PFAS, mentre la DuPont dichiara di fare "uso limitato" di PFAS e di non utilizzare affatto PFOS o PFOA nello sviluppo dei propri prodotti.

 




martedì 27 giugno 2023

LA SOLVAJ SPOSTA IN ITALIA LA PRODUZIONE DI PFAS



LA SOLVAY IN AMERICA PAGA 493 MILION DI DOLLARI 
MA NON RICONOSCE LA PROPRIA COLPA
 E  TRASFERISCE LA PRODUZIONE DI PFAS  IN ITALIA
 DOVE NESSUNO PAGA PER QUESTO


"Falli tu gli Pfas"

Come avevamo già annunciato e commentato mesi fa, Solvay, costretta dal governo dello Stato del New Jersey, cessa nello stabilimento di West Deptford (Filadelfia) l’utilizzo dei Pfas negli Stati Uniti sostituendoli con nuove tecnologie.

 Il New Jersey, avendo rilevato l’inquinamento da Pfas in una vasta area adiacente allo stabilimento, ha portato in giudizio l’azienda, chiedendo bonifiche e danni.

 Nell’accordo Solvay sborserà 493milionidi dollari. La CEO di Solvay Ilham Kadri ha dichiarato che:

 "l’indennizzo non va considerato come una ammissione di colpa ma come disinteressato atto di filantropia.                                                      L’impegno di rinunciare all’impiego dei Pfas in tutti i siti di produzione degli Stati Uniti d’altronde era stato preso per il 2021"

Invece, a Spinetta Marengo, con la complicità di Comune, Provincia e Regione, Solvay ribadisce la sua decisione di non fermare le produzioni di C6O4 e ADV. A vantaggio delle pompe funebri e a discapito del servizio sanitario nazionale.

Nota Bene:                                                                  Dopo 9 anni passati a West Deptford, Andrea Diotto, grande esperto di inquinamento, è venuto in Italia a guadagnarsi la pagnottella a Spinetta Marengo, e il Rotary l’ha subito coronato presidente. 

E' infatti così che vengono accolti in Italia i benefattori che hanno fatto tirocinio in America.


ASPETTANDO GODOT

 Dopo aver esaminato decenni di file, un

tempo segreti, i ricercatori hanno scoperto

che DuPont e 3M hanno aspettato almeno     

20  anni prima di rivelare i pericoli delle PFAS.



"Profitto sulla salute pubblica": uno studio descrive in dettaglio gli sforzi dei produttori di Forever Chemicals per nascondere i loro danni.

Di Victoria Sanmartino

 Bucky Bailey è nato con una sola narice e una pupilla a forma di buco della serratura nell'occhio destro, coperta da una palpebra deformata.

Sebbene sia sopravvissuto, la sua prima infanzia è stata segnata da dozzine di interventi chirurgici per affrontare i difetti congeniti che sua madre, una lavoratrice in uno stabilimento DuPont nel West Virginia, inizialmente ha faticato a spiegare.

Ma di recente, un gruppo di ricercatori dell'Università della California, a San Francisco, ha condotto un'analisi dettagliata di centinaia di pagine di documenti precedentemente segreti di DuPont e 3M che delineavano gli sforzi delle aziende per nascondere i rischi associati a PFAS, che sta per le sostanze polifluoroalchiliche.

L'esposizione a sostanze chimiche “eterne”, affermano i ricercatori, può aumentare il rischio di cancro e una serie di altri problemi di salute.

Queste cose i cittadini del Veneto le sanno?

Cosa mangiamo?

Cosa beviamo?

Cosa respiriamo?

Chi si occupa della nostra salute?




Giovani Fazio

 

 

 

 


PFAS: in Usa la multinazionale 3M pagherà 12,5 miliardi di dollari

 

Fratta Gorzone: Chi pagherà i danni? 


Acqua inquinata dalle sostanze chimiche, 

Maxi transazione proposta chiudere numerose richieste di risarcimento da parte dei sistemi idrici pubblici statunitensi che hanno accusato la società di contaminare le loro forniture con i Pfas

 

23 GIUGNO 2023

La multinazionale statunitense 3M ha annunciato che pagherà fino a 12,5 miliardi di dollari per chiudere numerose richieste di risarcimento da parte dei sistemi idrici pubblici statunitensi che hanno accusato la società di contaminare le loro forniture. In base all'accordo proposto, che deve essere approvato da un tribunale federale, 3M pagherebbe per risanare i sistemi idrici pubblici che sono risultati positivi ai cosiddetti "prodotti chimici per sempre", sostanze polifluoroalchiliche (Pfas), secondo un deposito titoli di 3M.

Le sostanze polifluoroalchiliche, note come Pfas, sono ritenute causa di cancro e di altri problemi di salute e richiedono tempi molto lunghi per essere decomposte. Dagli anni '40 sono state utilizzate in un'ampia gamma di prodotti industriali e di consumo, come padelle antiaderenti, moquette, indumenti impermeabili, imballaggi alimentari, cosmetici e articoli per la pulizia.

3M è stata oggetto di cause legali per i Pfas in Europa. Nel 2022, l'azienda ha accettato un accordo di 571 milioni di euro con la regione belga delle Fiandre per gli scarichi di sostanze chimiche Pfas intorno al suo stabilimento di Zwijndrecht, vicino alla città belga di Anversa.  Anche in Lombardia e Veneto Greenpeace enunciano la presenza di questi inquinanti.

 

domenica 4 giugno 2023

METANO ED EFFETTO SERRA

 


 L’effetto serra del metano supera di 80 volte quello della CO2

 

 

L’industria estrattiva di carburanti fossili, immette continuamente informazioni che hanno lo scopo di continuare a estrarre e vendere prodotti fossili cercando di rallentare la concorrenza delle fonti energetiche rinnovabili.

L’interesse economico prevale sulla lotta al cambiamento climatico di cui si manifestano già le conseguenze

 

 

Pubblichiamo il breve messaggio di Dario Zampieri emerito professore di geologia all’Università di Padova

 

METANO

BASSO IMPATTO AMBIENTALE

 

“La relativa minore impronta di CO2

prodotta dalla combustione del gas naturale a parità di energia

consumata, il 25-30% in meno rispetto ai prodotti petroliferi e il

40-50% in meno rispetto al carbone.”

 

Non condivido.

 

Il gas naturale (metano) è un fossile che produce comunque CO2, inoltre recentemente si è visto che il gas fuggitivo è più di quanto si pensava (5-6%) di quello estratto e ha un effetto serra che in 20 anni è 80 volte superiore alla CO2, circa 30 volte in un secolo.

Le infrastrutture di trasporto (gasdotti, rigassificatori, ecc.) si ripagano in decenni, quindi ci impegnano ad usare il gas per troppo tempo.

Inoltre, col gas dipendiamo sempre dalle importazioni da paesi perlopiù instabili, che possono venir meno improvvisamente in caso di eventi geopolitici o guerre.




 

Invece

bisogna sviluppare le rinnovabili, essenzialmente solare ed eolico, ma serve uno sforzo tale da decuplicare le installazioni.

Poi, bisogna sviluppare i sistemi di accumulo circadiani e stagionali, per ovviare alla intermittenza delle rinnovabili.

I soldi del PNRR avrebbero dovuto servire essenzialmente a questo, invece vengono dirottati in mille rivoli ed in grandi opere che aggraveranno la situazione.

 

 

sabato 3 giugno 2023

L’EUROPA VUOLE DAVVERO VIETARE L’INSALATA IN BUSTA?

 




L’EUROPA VUOLE DAVVERO VIETARE L’INSALATA IN BUSTA?

L’Europa vuole vietare l’insalata in busta! L’allarme lanciato a Tuttofood da Coldiretti rimbalza da ieri, 9 maggio, tra i profili social degli italiani e sulle pagine dei giornali. Secondo l’associazione di produttori, “il nuovo regolamento sugli imballaggi dell’Unione Europea rischia di cancellare dagli scaffali dei supermercati l’insalata in busta, i cestini di fragole, le confezioni di pomodorini e le arance in rete”. Peccato che le cose non stiano proprio così.

Coldiretti, in realtà, fa riferimento alla proposta di Regolamento sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio (e non a una normativa già approvata e pronta per entrare in vigore) pubblicata il 30 novembre 2022 dalla Commissione europea. La proposta di regolamento, se dovesse essere approvata così com’è, interverrà su alcune normative europee (*), con l’obiettivo di ridurre il packaging eccessivo e rendere tutti gli imballaggi riutilizzabili o riciclabili entro il 2030. Tra gli imballaggi da ridurre sono stati individuati anche quelli della frutta e della verdura fresca.


Tra gli imballaggi monouso che l’Unione Europea vuole ridurre figurano anche quelli di frutta e verdura

Secondo Coldiretti, la nuova normativa, se approvata, “imporrebbe, tra le altre cose, l’addio alle confezioni monouso per frutta e verdura di peso inferiore a 1,5 chilogrammi, giudicate superflue e considerate al pari delle piccole confezioni di shampoo usate negli hotel. Una scelta – prosegue il comunicato della lobby del mondo agricolo  – che apre ad una serie di problemi, dal punto di vista igienico-sanitario, della conservazione e degli sprechi, che potrebbero aumentare, come potrebbero aumentare anche i costi per i consumatori e per i produttori. Basti pensare al tradizionale cestino di fragole o piccoli frutti che soprattutto nelle fasi di trasporto protegge l’integrità del prodotto.

In effetti, nell’allegato V della normativa, quello che elenca le restrizioni all’uso di determinati formati di imballaggio, si legge che per gli imballaggi monouso di frutta e verdura fresche è previsto il divieto d’uso al di sotto di 1,5 kg, come dice Coldiretti, ma poi si specifica “a meno che non sia dimostrata la necessità di evitare perdite di acqua o turgore, rischi microbiologici o urti.” La proposta, quindi, prevede già la possibilità di continuare a utilizzare imballaggi monouso quando è necessario per proteggere un prodotto molto delicato dagli urti, come ad esempio i frutti di bosco, o se deperisce molto in fretta ed è esposto a rischi microbiologici, come appunto l’insalata in busta.


La proposta di normativa prevede già la possibilità di mantenere gli imballaggi monouso in caso di dimostrata necessità

Quello che accadrà veramente quando la normativa entrerà in vigore, si spera, sarà la scomparsa delle distese di vaschette di plastica con tre zucchine o sei kiwi, che negli ultimi anni hanno conquistato sempre più spazio nei supermercati (ne avevamo parlato in questo articolo). Secondo Coldiretti, ciò avrà un effetto negativo sui consumi, perché ormai gli italiani si sono abituati alla comodità della frutta e della verdura confezionate, e quindi, invece di scegliere il prodotto sfuso, non lo compreranno affatto. Tuttavia, ridurre la quantità di rifiuti da imballaggi che produciamo, soprattutto quelli di plastica, deve essere una priorità per tutti, e per raggiungere questo obiettivo tutti quanti dovremo cambiare le nostre abitudini. E se questo significa rinunciare alla comoda vaschetta di peperoni o al sacchetto di carote, ben venga.

 

Quello che accadrà veramente quando la normativa entrerà in vigore, si spera, sarà la scomparsa delle distese di vaschette di plastica con tre zucchine o sei kiwi, che negli ultimi anni hanno conquistato sempre più spazio nei supermercati (ne avevamo parlato in questo articolo). Secondo Coldiretti, ciò avrà un effetto negativo sui consumi, perché ormai gli italiani si sono abituati alla comodità della frutta e della verdura confezionate, e quindi, invece di scegliere il prodotto sfuso, non lo compreranno affatto. Tuttavia, ridurre la quantità di rifiuti da imballaggi che produciamo, soprattutto quelli di plastica, deve essere una priorità per tutti, e per raggiungere questo obiettivo tutti quanti dovremo cambiare le nostre abitudini. E se questo significa rinunciare alla comoda vaschetta di peperoni o al sacchetto di carote, ben venga.




venerdì 19 maggio 2023

TASSATE LE BEVANDE ZUCCHERATE AD OAKLAND CALIFORNIA

 Le vendite diminuite di oltre un quarto

 


Che effetto ha l’introduzione della tassa sulle bevande zuccherate, la sugar tax, nella vita concreta di una realtà metropolitana? La risposta è importante, perché non sempre le simulazioni fatte per sostenere nuove legislazioni si rivelano fedeli a ciò che accade poi durante la loro applicazione. E quanto è successo a Oakland, grande città californiana nella quale la tassa è stata introdotta nel 2017, fornisce dati che sono migliori anche rispetto alle previsioni più ottimistiche. 

I ricercatori dell’Università della California della vicina San Francisco hanno infatti valutato l’andamento delle vendite delle bibite zuccherate in un periodo compreso tra i 30 mesi precedenti l’introduzione della sugar tax e i 30 successivi, e lo hanno confrontato con quanto accaduto nella vicina città di Richmond e a Los Angeles, che non hanno alcuna forma di tassazione. Il risultato, riportato su PloS Medicine, ha mostrato che a Oakland le vendite sono diminuite di oltre un quarto (del 26,8%) e non c’è nessuna prova del fatto che gli abitanti delle città si siano recati nelle contee vicine per continuare ad acquistare bibite zuccherate a prezzi più bassi. La diminuzione, inoltre, ha riguardato tutti i tipi di bevande interessati dall’aumento di prezzo: le vendite di bibite zuccherate e gassate sono diminuite del 23,1%, quelle di succhi di frutta zuccherati del 30,4%, quelle degli sport drink del 42,4% e quelle di tè zuccherati del 24%. Si è quindi registrato un successo su tutta la linea, che ha interessato sia le confezioni più convenienti, formato famiglia, che quelle pensate per il consumo individuale, in tutti i quartieri della città, a prescindere dalle condizioni socio-economiche dei cittadini.

A Oakland, dopo l’introduzione della sugar tax, le vendite di bevande zuccherate sono diminuite di oltre un quarto

Ma i ricercatori sono andati oltre, e hanno calcolato, grazie a modelli matematici, che cosa questo significhi in termini di salute. Secondo i calcoli, per ogni 10mila abitanti la città risparmia, in dieci anni, 100mila dollari in cure per patologie evitate quali il diabete, gli ictus, le malattie odontoiatriche e quelle cardiovascolari, con tendenza a ulteriori risparmi nel tempo. Un altro beneficio, al centro di un altro studio dell’Università della California di San Francisco pubblicato a marzo sull’American Journal of Preventive Medicine, riguarda poi le donne in gravidanza, che se consumano meno bevande zuccherate corrono meno rischi di diventare obese, di incorrere in patologie come il diabete gravidico e di partorire figli sottopeso.

Tutto ciò è particolarmente rilevante nella situazione specifica degli Stati Uniti, anche dove la National Clinical Care Commission (Nccc) del Congresso ha raccomandato nel 2022 l’adozione di una tassa sullo zucchero per prevenire il diabete. Tuttavia questa indicazione si scontra con le realtà locali, come una legge della California, passata cinque anni fa, che proibisce l’introduzione di nuove sugar tax, pur permettendo comunque a città come appunto Oakland, ma anche Berkeley o la stessa San Francisco (ma non Los Angeles), di mantenere quelle già in vigore. Da anni il dibattito è più che acceso, soprattutto perché la potentissima American Beverages Association, l’associazione dei produttori, ostacola in ogni modo possibile l’introduzione di nuove tasse sui suoi prodotti, cercando di far abrogare quelle esistenti e sostenendo che l’obesità e le altre malattie collegate dipendano da altro e che l’aumento dei prezzi non abbia alcun effetto. Studi come questo, inattaccabili, smentiscono clamorosamente quella falsa rappresentazione della realtà e di ciò che la scienza ha dimostrato da tempo, e rafforzano gli argomenti di chi vorrebbe estendere la sugar tax a tutto il Paese. 

Alla fine del 2021 erano già 35 le contee e sette le città che avevano introdotto una legge sulle bibite zuccherate, e presto il loro numero potrebbe crescere, mentre nel mondo i Paesi che lo hanno fatto sono già circa una cinquantina. L’Italia, che detiene tassi di obesità allarmanti tra i bambini e anche tra gli adulti, non sta meglio di Paesi che stanno adottando molti provvedimenti, eppure non è tra questi, né si prevede che lo sarà a breve.

AZIONE DEI COMITATI NO INCENERITORE DI FUSINA

  Comunicato stampa Coordinamento No Inceneritore Fusina 29.03.2025 Azione dei comitati questa mattina per diffidare Veritas: stop immedia...